domenica 7 ottobre 2012

Maestri dimenticati: Domenico Sarro (1679-1744)

Difficilmente il nome di questo musicista, da molto tempo caduto nell'oblio, ricorderà qualcosa di significativo alla maggior parte dei lettori. La sua musica si posiziona in un'epoca di transizione: da una parte lo stile elaborato di Alessandro Scarlatti (avremo modo in futuro di parlarne ampiamente), dall'altro il nuovo linguaggio di Vinci e Hasse. Non valse a molto lo sforzo di adattarsi alle nuove tendenze musicali; l'avvicinamento allo stile di Vinci gli portò più critiche che benefici, venne considerato un imitatore e Charles de Brosses lo definì "savant, mais sec et triste". 
Domenico Natale Sarro nasce nel 1679 a Trani, la bellissima "città bianca" pugliese, in una famiglia di modestissime condizioni. Nonostante la povertà, i genitori riescono a farlo studiare al conservatorio di Sant'Onofrio a Capuana, allievo di Angelo Durante (zio del più noto Francesco Durante) fino al 1697. Nel 1703 partecipa a un concorso per il posto di maestro della Cappella Reale in sostituzione di Alessandro Scarlatti, ma a Sarro viene preferito Gaetano Veneziano; non resta comunque a mani vuote: per l'ottima impressione fatta davanti alla ottiene la carica di vice-maestro. L'anno successivo gli viene assegnata anche la direzione della cappella di San Paolo Maggiore, ma la fortuna sembra voltargli le spalle nel 1707, quando l'occupazione austriaca del Regno di Napoli comporta cambi sostanziali anche nelle cariche di corte. Torna Scarlatti alla guida della Cappella, e il posto di Sarro venne assegnato al Mancini.
Questi sono gli anni durante i quali vedono la luci diversi lavori teatrali (tra cui La Griselda, in collaborazione con Albinoni) e, dopo l'arrivo degli austriaci, numerose cantate e altre composizioni sacre; lo stile, come dicevamo, si avvicina molto a quello di Alessandro Scarlatti, elaborato e pomposo, severo e contrappuntistico. Nuove opportunità teatrali si presentano dal 1718, con la messa in musica di due celebri libretti di Apostolo Zeno (Alessandro Severo e Ginevra principessa di Scozia) e (evento storico!) la prima intonazione in assoluto di un dramma metastasiano, Didone abbandonata. E' un dramma fortemente innovativo che, per dirla con Davide Daolmi, non racconta una storia, racconta emozioni; la musica ne coglie appieno lo spirito, imponendo un grande impegno drammatico. Notevole il ruolo di Didone, personaggio tormentato, sofferente ed in fine disperato; e ben cesellato anche Enea, diviso tra il desiderio di gloria, la coscienza di dover obbedire al fato e l'amore per Didone (sentimenti condensati nella splendida e celebre aria che chiude il primo atto "Se resto sul lido")

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Riottenuta la carica di vicemaestro di cappella quello stesso anno, riorganizzò l'organico e le attività dell'orchestra suscitando l'ammirazione dei napoletani e della corte, che sempre gli fu favorevole e, morto Mancini nel 1737, conquistò la carica agognata da decenni. In quello stesso anno un grande evento legherà indissolubilmente il nome di Sarro alla storia di Napoli e della musica: l'inaugurazione del nuovo teatro di San Carlo, gioiello dell'architettura teatrale voluto dal re Carlo III di Borbone. Per l'inaugurazione venne scelto un recente libretto di Metastasio, musicato a Vienna da Caldara l'anno precedente ma ancora sconosciuto in Italia: l'Achille in Sciro. Anche qui fondamento del dramma è l'arduo conflitto tra passione amorosa e sete di gloria immortale, inseriti in uno spettacolo molto complesso e variegato, con cori e scene spettacolari, adatto perciò all'occasione celebrativa. Il cast è di prim'ordine: le celebri Vittoria Tesi (Achille) e Anna Maria Peruzzi (Deidamia), il tenore Amorevoli (Ulisse) e i castrati Manzuoli e Nicolini. La paritura è festosa e raffinata, affascinante l'aria di Achille "Se un core annodi" che alterna parti a solo della cantante accompagnata da un mandolino, e ritornelli a piena orchestra con l'intervento del coro.


Altre opere su libretti metastasiani seguirono negli anni seguenti (Ezio, Alessandro nell'Indie) ma il trionfo di Leo, di Vinci e di Hasse lo relegarono sempre più in secondo piano. Muore nel 1744, sempre godendo dell'appoggio della Corte, ma ormai considerato superato da gran parte del pubblico partenopeo.

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